Investire nello sport fa risparmiare sulla Sanità

Investire nello sport fa risparmiare sulla sanità e fa diminuire la sedentarietà. E il 2% del Pil che aumenta e diminuisce se si fa attività sportiva ne è l’esempio lampante». Se ai vari schieramenti politici che concorreranno alla sfida elettorale, non bastassero le parole del presidente del Coni, Gianni Petrucci, prima di stilare i propri programmi, dovrebbero studiare attentamente la seconda parte del «Libro Bianco dello Sport Italiano», incentrata sullo sport di alto livello, sullo studio dell’evoluzione dei contributi pubblici a favore dello sport e sull’impatto che la pratica agonistica ha sulla spesa sanitaria nazionale.
Lo sport, infatti, non fa bene soltanto al fisico, ma anche alle casse dello Stato e il Coni ne ha le prove grazie agli studi condotti dalle università Bocconi di Milano e La Sapienza di Roma. È stimato in 1,5 miliardi di euro il risparmio sulla sanità di cui il Paese beneficia grazie allo sport: un miliardo e 283 milioni all’anno per il costo delle cure non somministrate e 178 milioni di costi non sanitari. Considerando che attualmente in Italia circa il 60% della popolazione pratica un’attività sportiva o fisica, i benefici che implicitamente ne derivano sono infatti dell’ordine delle 52mila malattie evitate ogni anno e di 22mila morti in meno. E dato che se non si sta male si produce di più (o non si deve assistere un proprio familiare), è facile intuire che il «valore vita» (la monetizzazione della mancata produttività e dei danni morali conseguenti a una morte) sale a 32 miliardi di euro: il 2% del Pil, appunto.
Ma se si abbassasse dell’1% il numero dei sedentari «con un investimento di 160 milioni di euro si avrebbe un risparmio della spesa sanitaria di 200 milioni: anche da un punto di vista economico, il bilancio sarebbe attivo», fa notare il segretario generale del Coni, Raffaele Pagnozzi. «Quante regioni sono commissariate sul settore sanitario? – si domanda Petrucci – se il futuro governo investirà sullo sport la sedentarietà diminuirà».Per uno bilancio in salute, occorre, quindi, una popolazione in pantaloncini e maglietta. «La spesa pubblica per la pratica agonistica ammonta a circa 2,5 miliardi l’anno, erogata dallo Stato per il 27%, dalle Regioni con l’11%, dalle Province con l’8% e dai Comuni con il 54%. L’Italia è agli ultimi posti in Europa per la spesa in rapporto al Pil con il circa il 2%, contro il 7% dell’Olanda e il 5% di Spagna e Francia», denuncia però il prof. Giuseppe Pisauro, docente di Scienza delle Finanze della Sapienza.
In tempi di spending review, quindi, sarebbe da autolesionisti tagliare ulteriormente in questo settore. Investire nello sport, poi, vuol dire anche crescere i nostri campioni che ai Giochi, come ai Mondiali, difendono i colori azzurri e portano a casa medaglie. «La squadra olimpica italiana nel dopoguerra è sempre sostanzialmente stata nella Top Ten dei Giochi Estivi, nonostante sia cresciuta la competitività e siano anche aumentate le discipline – riconosce Pagnozzi – il serbatoio di medaglie è rappresentato da scherma, tiro, nuoto e canottaggio e nelle ultime due edizioni abbiamo portato a medaglia 18 discipline. Meglio di noi hanno fatto solo Francia e Germania».
«Per il futuro – però avverte – dobbiamo fare attenzione a Corea del Sud, che ci insidia in scherma e tiro. In assoluto emerge che per rimanere nell’elite occorre una media di 29 medaglie con 9 ori». Serve quindi investire per restare protagonisti. Anche perchè ad essere spettatori, come visto, ci si rimette pure in salute.