Il portiere di calcio emarginato e solitario.

Si dice che il gioco del calcio sia basato soprattutto sulla coesione di tutta la squadra. I singoli atleti possono essere dei campioni, ma, se difetta il gioco di squadra, se mancano solidarietà e assistenza tra i reparti, difficilmente le partite si concluderanno con gli auspicati risultati positivi. Perfino quando una squadra ha la fortuna di vantare tra le proprie fila un fuoriclasse, non riuscirà ad esprimere concretamente tutto il potenziale atletico ed inventivo dello stesso giocatore, se gli altri dieci atleti non sono in grado di aiutarlo: insomma un vero e proprio gioco di squadra!
Specie nel calcio del nostro tempo, si tende a penalizzare l’individualità – anche eccellente – per valorizzare il gruppo, che, solo se è strutturato in questo modo, potrà farsi valere nelle occasioni più impegnative. Eppure nella squadra, educata e formata allo spirito collettivo, ad una sorta di misticismo della fratellanza calcistica ed atletica, esiste una evidente, discrepante solitudine: quella del portiere. Il rito forse più eclatante della solitudine atletica nel mondo del calcio è quello del calcio di rigore: la solitudine offensiva contro la solitudine difensiva; il portiere contro un calciatore, scelto tra undici.
Appare anche paradossale il calcio di rigore che è tirato da un portiere contro un altro portiere: il giocatore più immobile tra tutti quelli che si trovano in campo, che cerca di ingannare il suo collega dell’altra squadra, anche lui campione di immobilità atletica. Il portiere della squadra di calcio è quello che vive la sua esperienza domenicale al limite dell’emarginazione, lontano dai pericolosi ingorghi dei palloni vaganti, circolanti, spioventi, fulminanti, decisivi, giranti e abbassàntisi: a sombrero, a cucchiaio, a bordata, a cannonata. Il portiere si augura che i palloni non arrivino dalle sue parti, che i suoi compagni e gli avversari non si facciano vedere dalle sue parti. Meno palloni girano dalle sue parti, meglio è per lui: trascorrerà una domenica più tranquilla. Ma queste condizioni di vita atletica e sportiva, che il portiere augura a se stesso, egli vorrebbe che non toccassero al portiere della squadra avversaria. Pensa che nell’interesse della sua squadra, sia più giusto che i compagni di squadra tempestino di tiri il suo collega, fino alla definitiva capitolazione.
Il portiere è solo, prova gioia o sofferenza da solo. Se evita il gol nella sua porta, ha fatto semplicemente il suo dovere. Se il pallone supera la linea della sua porta, spesso la colpa è solo sua. La più macroscopica solitudine del portiere tra i compagni, tra il pubblico nasce, solo quando il fatidico pallone è entrato nella sua rete e lui mestamente si gira con un sospiro a riprendere il pallone: «Il portiere caduto alla difesa/ultima vana, contro terra cela/la faccia, a non veder l’amata luce. /Il compagno in ginocchio che l’induce, /con parole e con mano, a rilevarsi, /scopre pieni di lacrime i suoi occhi…. Presso la rete inviolata il portiere/ – l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima, /con la persona vi è rimasto sola. / La sua gioia si fa una capriola, /si fa baci che manda di lontano. /Della festa – egli dice – anch’io son parte. » Umberto Saba, Tutte le poesie, p. 444.