Incredibile quanto successo a margine di una partita di terza categoria sullo sfondo della semifinale di ritorno della Coppa Veneto, tra i padroni di casa e la Città di San Donà, quest’ultima costretta a vincere dopo la sconfitta incassata all’andata, e il Teglio. Formazioni storicamente “amiche” mai divise da ruggini o antagonismi malati. Con l’unica differenza che gli ospiti possono contare su una tifoseria organizzata, data la militanza in un glorioso passato in C1 e in C2. Che la situazione fosse a rischio, lo si era già capito all’intervallo con alcuni sostenitori biancocelesti avevano tentato a più riprese l’invasione del rettangolo verde, ma al fischio del Novantesimo, sul risultato finale di 2 a 2 con che sanciva l’eliminazione del San Donà, è scoppiato il finimondo. Arbitro e giocatori di entrambe le squadre si sono di fatti asserragliati negli spogliatoi, chiudendo l’ingresso con catene e lucchetti per impedire al manipolo di violenti di entrare. Secondo le testimonianze, lanciavano sassi contro le vetrate e utilizzavano a mo’ di mazza un cartello segnaletico sradicato poco lontano e a fine partita è stata ritrovata dai carabinieri addirittura una bomba artigianale che sarebbe probabilmente esplosa in mezzo ai giocatori se non fosse stato per un difetto di innesco (nella foto non il reale ordigno ritrovato). Il presidente del Città di San Donà Daniele Dorigo difende gli ultrà e spiega che la reazione della tifoseria sandonatese sarebbe stata causata dal gesto di un attaccante della squadra avversaria. «Chi ha segnato il secondo gol alla fine del primo tempo è andato sotto il settore della tifoseria facendo dei gestacci. Se il giocatore non faceva così non sarebbe successo nulla. Bisogna che si comportino meglio tutti, giocatori e di conseguenza anche i nostri tifosi. Le altre squadre di Terza Categoria non sono abituate ad avere una tifoseria. Andrea Tamai, sindaco cinquantenne di Teglio, invece fatica ancora a credere a quanto successo: «Ho una trentina di testimoni – spiega al Gazzettino – ma ciò che mi ha più amareggiato è che né gli accompagnatori né i dirigenti del San Donà presenti abbiano mosso un dito di fronte alla violenza dei loro supporter». «Qualche settimana fa hanno organizzato un torneo in memoria di alcuni tifosi deceduti e il Teglio Calcio nella sua pagina facebook ha plaudito a questa loro iniziativa. Sappiamo che intonano cori volgari, sappiamo che lanciano petardi e li abbiamo sempre lasciati fare. Ma quello che hanno commesso domenica non ha attenuanti. In dieci anni di dirigenza, e sette di presidenza, del Teglio Calcio – continua Tamai – non ho mai assistito a una cosa del genere. E per di più fra squadre dilettanti, che radunano attorno a sé le famiglie, i partenti, i conoscenti». «Posso solo dire di essere stato fortunato perché il pugno lo preso esattamente all’altezza dello zigomo sinistro, se era più sotto potevo rimetterci la mandibola e se invece arrivava sugli occhiali c’era il rischio di una lesione agli occhi. E pensare che ero andato in campo per vedere mio figlio di 18 anni che milita nel Teglio». «Tutto questo – conclude Tamai – non ha nulla a che fare con lo sport e neanche con il tifo. Mi è stato riferito che gli ultrà del San Donà sono stati protagonisti di altri episodi violenti, come a Treviso. Perché non vengono fermati? Cosa deve accadere ancora per allontanarli dai campi di calcio?».